domenica

15 GIUGNO Domenica Diario




15 giugno Domenica ( City Sofia Maps )

Mi sveglio la voglia di ripartire è diventata un'abitudine.
I Balcani sono la parte del mio viaggio che mi preoccupa di più ma al tempo stesso andrò incontro a conoscere situazioni umane e culture che in questi ultimi anni sono sicuramente le più traumatizzate da fatti e misfatti causati dalle recenti guerre fra i vari popoli confinanti.

Km 46 Dragoman = km 9 confine con la

SERBIA = (dogana) Paese extracomunitario

Km 8 Dimitrovgrad = km 24 Pirot = km 30 Bela Palanka = km 36 Niska Banja = km 7 arrivo a Nis Maps - ( tot km 160 )

Nis = abitanti 240.000

Ho attraversato il confine, ma fin da quando ho lasciato Sofia, sono entrato in un altro mondo. Sono un italiano e questa è la popolazione che meno ci ama, di tutti i paesi che ho visitato.
L’appoggio dato all’autonomia dei vari Stati scissionisti, della vecchia Repubblica di Tito , ci ha inviso agli occhi di molti serbi, ovviamente non solo noi, ma anche di tanti altri Paesi.
Dovrò stare molto attento a come mi muovo e a cosa dico.
L’aspetto della popolazione, il loro atteggiamento interrogativo e curioso, nel guardare le poche auto e i molti Tir, che passano sulla strada.
I mezzi di locomozione e la totale mancanza di una regola, se pur minima, di educazione stradale, mi fà stare con gli occhi bene aperti.
In tutta l’area balcanica, dal momento della disgregazione dello Stato Jugoslavo è stato un susseguirsi di scissioni per creare Stati autonomi basati principalmente su base etnica e culturale nazionalistica.
Ancor oggi, la situazione dei confini, la rivendicazioni di territori e autonomia di altri pezzi del vecchio Stato, non è conclusa.
La parte sud dell’ex Jugoslavia è una polveriera a cui è applicata una miccia a cui basta un niente per accendersi e far saltare tutta l’area dei Balcani, il Kosovo ne è un esempio.
Arrivo in città, nel pomeriggio, al confine ho perso due ore, ma poteva andare anche peggio.
Mi appaiono siti archeologici dell’Impero Romano, un sussegursi di bellezze architettoniche, usurate e distrutte, sia dal tempo, che dalle tante scorrerie che questa città ha subito nel corso dei secoli, perfino Attila è passato da queste parti e ci ha lasciato il segno.
Trovo un hotel sulla strada principale che proviene dalla Bulgaria, non molto carino, ma sufficente per farmi una dormita di poche ore, questa notte, ho intenzione di rimanere solo oggi, perciò mi adeguo.
Mi avvio lungo il fiume Nisava, vedo la Fortezza costruita dai Turchi.
Incontro degli uomini seduti sui gradini di una chiesa, un tavolino malmesso, una bottiglia di grappa e con una fila di bicchieri a disposizione osservano il continuo passaggio di Tir.
Mi chiamano allegramente per offrirmi da bere, sono un gruppo di zingari del Kosovo, non potrei dire esuli, essi sono cittadini del mondo.
La loro disponibilità nel parlarmi, i loro lazzi e sorrisi, mi fanno accettare l’invito a sedere con loro, parliamo di tante cose, uno mi racconta:

Le nostre donne sono le più belle del mondo, i loro sguardi bruciano i nostri occhi, i loro corpi magri e forti come cavalle indomabili, ci sfidano a conquistarle, le loro danze, bloccano le nostre membra come statue di sale.
Molti di noi hanno duellato frà loro, per la conquista o la difesa della propria donna.
E mai uno straniero potrà permettersi di possederne una.

Quest’ultima frase, me lo dice serio, quasi in tono di minaccia.
So bene quanto siano chiuse le comunità Zingare.
Un’altro si sofferma sul problema della loro integrazione con le culture delle popolazioni di tutta Europa:

Da sempre noi siamo un popolo libero, non ci piace che estranei ci imponghino ciò che dobbiamo fare, dire, studiare, pregare o accettare le leggi degli altri popoli.
Noi abbiamo le nostre leggi.
Accettiamo solo leggi, che sono compatibili con la nostra cultura.
Ma ti giuro, che cerchiamo di non infrangere oltre il limite, le norme che regolano il popolo che ci ospita.
Ci sono molti zingari che abusano dell’ospitalità che ci viene concessa, purtroppo, gruppi che non hanno un codice di comportamento onorevole
Vorrei solo capiste che c’è la mettiamo tutta per non creare problemi.

Le chiacchere si protraggono per un bel pezzo, lasciati alle loro discussioni e divertenti balli e scherzi, mi avvio per fare due passi nei dintorni. Vedo con senso di angoscia, la Torre dei Teschi , dove sono incastonati 58 teschi, rimanenza di una, eretta dal Pascià, con mille i capi mozzati dei caduti, nell’attacco dei Turchi del 1809.
Noto uno striscione con uno slogan scritto in cirillico, appeso alla statua collocata al centro di una piazza, un uomo sui 40 anni con barba folta e lunga, stà facendo un monologo cercando di attirare l’attenzione dei passanti, nessuno sembra dargli retta, lo degnano appena di uno sguardo proseguendo senza fermarsi.
La mia innata curiosità mi induce a fermarmi e interrompendo il suo discorso, gli chiedo di tradurmi lo scritto dello striscione.
Si rende conto che sono straniero e felice che qualcuno lo prenda in considerazione mi dice che:

Vedo che tu sei straniero, lo striscione comunica la voglia di pace della gente serba, quella massa di popolo che è stanca di questa tensione che da troppi anni li costringe a considerarsi negletta dall’opinione internazionale.
Il nazionalismo della mia gente è profondo e sincero ma al tempo stesso sanno che la ex Jugoslavia non può più esistere, lo stillicidio della voglia di indipendenza, di gran parte dei popoli che componevano questa ex Nazione ha deciso di rendersi autonoma dall’autorità centrale serba.
La Guerra Civile e le atrocità che imperversarono negli anni 90 a reso i serbi sconfitti e rancorosi per la perdita della loro centralità politica.
Mal consigliati da chi deteneva il potere, hanno cercato di ottenere ciò che essi ritenevano giusto, con la forza, ma niente può contro etnie e popoli così culturalmente diversi tra loro.
Purtroppo ancor oggi non c’è pace per i serbi, il Kosovo ne è una dimostrazione, ancora una volta , un pezzo del territorio che essi ritengono proprio, se nè andato ma la voglia di riscatto rischia di accendere di nuovo conflittualità.
La Bosnia Erzegovina rischia di diventare il prossimo focolaio di scontro nei Balcani, la Repubblica di Srpska, facente parte di questo Stato, in prevalenza abitata da serbi, intende ricongiungersi con la madre patria e quì avverra il prossimo braccio di ferro trà i vari poteri nazionalistici, delle varie parti in conflitto tra loro.
Ma il popolo serbo è stanco, silenziosamente e in cuor loro desiderano in prevalenza la pace, sanno bene che la loro tranquillità di vita non dipende nel cercare di tenere al guinzaglio un altro popolo che esige la propria autonomia ma la paura di questa verità nessuno ha il coraggio di gridarla e subiscono con rassegnazione i fatti decisi da una minoranza che sà imporre la sua protesta, forte del suo rancore.
Io vengo preso per pazzo nel far sentire la mia voce ma comunque insisto nel lanciare il mio grido d’allarme, spero che un giorno il mio popolo riesca a vivere senza odi e in pace con i propri fratelli dei Paesi vicini.

L’ho ascoltato in silenzio, capisco i suoi sentimenti e ammiro il suo coraggio, condivido i suoi pensieri e spero che prima o poi venga ascoltato.
Penso sia l’ora di andare a cena, oggi non ho mangiato e poi è meglio che vada a dormire, domani ho 200 chilometri di strada mi aspettano al varco.
>(CONTINUA DIARIO DEL GIORNO 16 GIUGNO)


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